Testo Matteo Lavazza
La vita è bella. Alle volte basta davvero poco. Per esempio c’è chi come il sottoscritto si accontenterebbe di svegliarsi in una qualsiasi mattina di fine anni 90, quando gli unici pensieri erano se il computer sarebbe esploso a causa del Millennium bug e l’ardua scelta sulla nuova auto sportiva da acquistare con i tanto sudati risparmi. Eh già, un bel problema, dato che poco più di vent’anni fa c’era una valanga di modelli interessanti e non solo in quanto a prestazioni e design, ma perché il coinvolgimento alla guida era tutta un’altra storia. Sarò l’ennesimo nostalgico? Senza dubbio, ma se come me avete questa passione viscerale scolpita nel profondo del midollo è proprio grazie a questa decade dall’eredità immortale, eppure spesso snobbata in favore dei favolosi anni 60 o delle assurde potenze alle quali siamo abituati oggi.

Il meteo fuori dalla finestra dell’ufficio non aiuta. Oggi piove, c’è nebbia fitta e l’auto elettrica in prova è scarica. Tra una mail e l’altra con i soliti altisonanti proclami volgo lo sguardo annoiato altrove e nel cassetto più in basso della scrivania trovo un quaderno a quadretti sul quale sin da bambino ero solito incollare i ritagli di giornale, collezionando così le mie auto preferite. Adesso, siamo tutti d’accordo che il me bambino avesse serie difficoltà nella scelta di una personale Top 10, ma probabilmente stavo solo mostrando i primi sintomi da accumulatore compulsivo. A guardare quelle pagine oggi mi sento come Doc Brown che viaggia nel tempo, scoprendo quanto fossero preziosi quei momenti volati via troppo in fretta.


In un attimo è come se la luce attorno si spegnesse e io fossi vorticosamente risucchiato da un vortice temporale. Mi risveglio in un giorno qualsiasi di quei tanto rimpianti anni 90, in cui le auto sportive erano la mia unica ragione di vita, il mio primo pensiero al mattino e l’ultimo prima di andare a dormire, pronto per sognare di stringere il volante di una Ferrari o una Lamborghini. Il bello è che in realtà c’era molta meno scelta rispetto ad ora, basti pensare che McLaren aveva soltanto la F1, che peraltro aveva tutto un altro prezzo rispetto alle altre supercars e il 90% degli altri costruttori da sogno di oggi non esistevano affatto, come per esempio Pagani, Koenigsegg, Zenvo, Rimac, ecc

La scelta era davvero ridotta a due categorie ben distinte: quella delle gran turismo oppure delle supercars più tradizionali, di quelle con il motore posteriore centrale e un look da astronave. In quanto a prestazioni sembrava di volare, nel vero senso della parola, eppure sono numeri che oggi vengono eguagliati da un qualsiasi crossover elettrico o da una di quelle pochissime hot-hatch rimaste. Ah sì, c’era anche qualcosa per noi comuni mortali. Anzi, c’era davvero tanto tra cui scegliere, che si trattasse di piccole bombe, coupé o berline (e wagon) con una valanga di cavalli sotto al cofano. Era il periodo d’oro, quello in cui i modelli cosiddetti azzardati erano necessari per mostrare il proprio potenziale, alle volte anche a scapito di qualche salto nel buio commercialmente meno fortunato. Ma il bello era proprio il fatto che prima veniva il valore emozionale e poi tutti i ragionamenti del caso. E a noi piaceva così.

A rendere immense gran turismo come l’Aston Martin DB7, la Ferrari 456 GT o la 550 Maranello, alcune delle risposte europee all’immancabile Corvette, non era soltanto la loro linea disegnata da una matita ancora impugnata da un essere umano baciato da ispirazione e amore per l’aerodinamica, ma la quintessenza del coinvolgimento alla guida. Stavano arrivando le prime trasmissioni sequenziali, come il cambio F1 robotizzato che dal 1994 equipaggiò la Ferrari F355, cominciando a segnare un distacco tra i due schieramenti, quello votato all’analogico e quello che cronometrava i decimi di secondo risparmiati nei cambi marcia privi di un pedale frizione. All’inizio si era combattuti, non sapevi da che parte stare e nessuna scelta era realmente influenzata da quella che a onor del vero era una differenza che adesso riterremmo abissale.


Niente doppia frizione (automatica), niente elettronica all’ultimo grido: il cambio automatico era più comodo e sembrava più veloce, ma in realtà non era ancora così. Si trattava infatti di un progetto agli albori, in piena fase evolutiva e che non era ancora in grado di valorizzare un propulsore affamato di giri. Ma questo non lo sapevamo e restavamo ammaliati dal calcio nella schiena che arrivava a ogni cambiata, trascurando ingiustamente quella leva sul tunnel centrale che adesso ci manca come l’aria. Ma poi cos’era che realmente ci emozionava, anche al volante di sportive più abbordabili come quelle provenienti dal Giappone, come la Mitsubishi 3000 GT, la Mazda RX-7, la Honda NSX e la Nissan 300 ZX, giusto per citarne alcune tra le più longeve. No, non ho scordato la Toyota Supra, ma meritava una menzione a parte.

Per capirlo davvero non ci si può limitare di certo a leggere le schede tecniche, tantomeno immaginare come sarà stato, soprattutto basandoci sull’esperienza maturata a bordo di auto più moderne. Guidare una sportiva anni 90 era dare vita a qualcosa di intimo, un rapporto guidatore/automobile analogico, meccanico e fatto di rumori e odori che trasmettevano ogni più piccola sensazione. Le auto erano imperfette, cigolavano e ciascuna di esse – anche quelle con i badge più blasonati – aveva dei problemi, spesso mai risolti nel corso della propria esistenza. Ma era proprio questo che le rendeva speciali e che le consacra oggi come immortali, quel pizzico di umanità che ci permetteva di avere un ruolo mentre le guidavamo, non limitarci ad essere un fortunato passeggero.

La mancanza di assistenza alla guida e un’erogazione spesso imprevedibile per via di turbocompressioni ancora molto acerbe facevano il resto e rendevano quel momento in cui stringevi le mani alle ore 10 e 10 qualcosa che ti avrebbe segnato per il resto della tua vita di appassionato. Quella mattina, quando la sveglia ha interrotto un sonno più leggero del solito, sono saltato giù dal letto senza nemmeno accorgermene. Quando sai che la tua bella è in garage ad attendere, con il pieno di benzina e tanta voglia di sgranchire le ruote, non c’è cosa che potrebbe fermarti. Ti immagini già seduto con quel sorriso stampato in volto e le ginocchia che smettono di tremare soltanto quando il rumore del motore entra in abitacolo, senza filtri, senza troppe menate su emissioni e consumi. Oggi sei disposto a sponsorizzare le ferie del tuo benzinaio – che t’importa – si vive una volta sola e può essere bellissimo.
Linea di cintura bassa, qualche cigolio e spiffero di cui non avevi memoria e poi tutto scompare come inghiottito dal suono che dovrebbe fare ogni motore. Senti il tintinnio meccanico, la ruvidità degli ingranaggi ad ogni cambio marcia e – diciamocelo – l’imprecisione di un avantreno che fa quello che può per assecondare un’aspettativa da guidatore della domenica 3.0. Non cambierei nulla, figuriamoci se mi importa di connettività, infotainment o addirittura dell’impianto audio con 18.000 speaker. Quello non l’ho mai usato, serve adesso soltanto perché la maggior parte del parco auto circolante non ha un motore degno di essere chiamato tale.

Strizzi l’occhio a tutti quegli automobilisti che condividono la tua stessa malattia e ti dirigi verso la tua strada preferita, consapevole che sarà qualcosa di magico e indescrivibile. Scalo due marce, butto giù l’acceleratore e dopo una piccola incertezza sento che il posteriore trova il grip necessario a farmi muovere più rapidamente in avanti. Sento l’asfalto sotto di me, sento come gli pneumatici seguono le sue irregolarità, quasi come dita che scivolano su una superficie grezza. Alzo e abbasso i piedi nella classica danza automobilistica coordinata con la mano destra sulla leva del cambio, il tutto accompagnato da una colonna sonora di cavalli vapore che galoppano verso la solitudine di una strada di montagna.

Se poi ci pensate bene, non si trattava semplicemente di scegliere la preferita, ma di capire i propri gusti. All’epoca non erano modelli in scala, dalla misura XS alla XL. Ognuno di essi era ben definito e provvisto di una personalità chiara e di certo non si correva il rischio di confondere il modello di un brand con quello di un altro. Esattamente come sarebbe dovuto essere. Vabbè, dal posto guida, quello in cui importa davvero essere, non puoi scorgere le sensuali forme della carrozzeria, ma soltanto uno spicchio di cofano anteriore che cavalca l’asfalto e ingurgita chilometri. Siedi al comando di un oggetto che muovendosi nello spazio attraversa il confine del subconscio dando vita a ricordi che prenderanno posto nella tua memoria modellando quanto cuore e spirito abbiano bisogno di giornate trascorse guidando per il più puro gusto di farlo. Poco importa se c’è una destinazione, se ci si perde o se il meteo è ingrato come quello odierno. Tutto quello che serve è l’amore meccanico di un oggetto analogico che nella purezza del proprio comportamento ha segnato l’era in cui essere appassionati di auto è stata la cosa più bella che la vita ti potesse regalare.
Quest’immagine, questo ricordo che il tempo cerca di sbiadire in tutti i modi, è la mia idea di estasi motoristica. Quella mattina come tante, quell’attimo a cui vorrei tornare con tutto me stesso, in cui la vita era semplice e bella e le auto erano oggetti magici. Riportatemi lì. Non mi occorre altro.
