Alfa Romeo 147 GTA | Piacere Proibito
Testo Matteo Lavazza / Foto Bonhams
Ma voi li ricordate i primi anni 2000? Alle volte sembra di parlare di fatti accaduti un paio di giorni fa, eppure sono passati 25 anni. Voglio dire, è un quarto di secolo, è una vita fa. Logico che siano cambiate molte cose. Era l’epoca in cui i più sbarbatelli di noi avevano due grossi problemi: qualche brufolo residuo in volto e l’imbarazzo della scelta sulla compatta sportiva da sfoggiare con i propri amici, tutti rigorosamente equipaggiati con valanghe di cavalli, scarichi rumorosi e qualche appendice aerodinamica esagerata. C’erano tante di quelle opzioni che molti di quei sabato pomeriggi li trascorrevi a elencare pregi e difetti, cercando di trovare l’auto definitiva che ti avrebbe fatto compagnia per gli anni migliori della tua vita.


Poi c’era lei, la 147 GTA. Introdotta nel 2002 creò subito un grande scossone nel panorama automotive e nella combriccola, a tal punto da far persino frammentare il gruppo tra quelli che avrebbero venduto la madre per comprarne una e quelli che non conoscevano altre auto all’infuori della Golf, la GTI per la maggior parte di loro e la R32 se dovevi ribattere a suon di centimetri cubici e trazione integrale. Quella di Alfa Romeo è però tutta un’altra storia, perché quando dici GTA, ti si spalma nella mente il 3.2 V6 Busso, un propulsore che valeva da solo il prezzo del biglietto di una giostra non esente da difetti e che spesso è stata bistrattata e critica, come accade sempre in quelle storie che dopo anni vengono rivalutate e assumono quell’immancabile sfumatura di malinconia.




A pensarci ora, la 147 GTA sarebbe da difendere come patrimonio dell’umanità, anche perché una simile potenza su una trazione anteriore era un azzardo, ma di certo più coerente con la filosofia prestazionale che purtroppo la 156 GTA non centrò appieno a causa della sua carrozzeria a tre volumi, che implorava una trazione posteriore che arrivò soltanto decenni dopo con la Giulia Quadrifoglio. Tornando alla 147 GTA, i tecnici Alfa hanno fatto del loro meglio per mantenere un look che lasciasse intuire quanto speciale fosse la versione Gran Turismo Alleggerita, applicando qualche dettaglio differente per quanto riguarda il paraurti anteriore, cerchi in lega leggera dedicati e un doppio terminale di scarico che veniva accolto da un paraurti di poco modificato rispetto ad una tradizionale e noiosa 147.



Discorso simile per l’ambiente interno, fatta eccezione per gli straordinari sedili, un tripudio di cuciture e capaci di coniugare sobria eleganza alla sportività necessaria a tenere fermo il fondoschiena tra le curve. Se poi aguzzate la vista, il contagiri darà qualche indizio, perché con un fondoscala di 8.000 giri non si scherza. Alcuni direbbero che è la più classica delle compatte sportive e che sulla base di una utilitaria qualsiasi ha accolto un paio di modifiche estetiche e meccaniche, ma non c’è nulla di più sbagliato. Del resto, si sa, quando gli italiani si applicano nelle cose, riescono a farle in una maniera difficile da eguagliare e la 147 GTA ne è la dimostrazione. Non si tratta di una semplice compatta sportiva, ma di una piccola sportiva di razza che se fosse nata qualche anno dopo sarebbe probabilmente stata l’auto del secolo.

Per prima cosa, il V6 Busso rappresenta croce e delizia dell’intero progetto GTA. Se infatti non abbiamo il minimo accenno di lag in erogazione, a differenza della totalità di propulsori turbo dell’epoca preistorica di riferimento, il 3.2 ha una schiena assurda e per offrire il meglio di sé deve essere tenuto bene in alto nella scala dei giri. I 300 Nm di coppia massima entrano in partita a quota 4.800 e in quella finestra che tocca la linea rossa a circa 6.200/6.500 giri è una bolgia incredibile. Il sound è metallico, sembra l’urlo di una bestia primitiva svegliata da un lunghissimo letargo e l’intensità aumenta facendo vibrare lo scarico in una maniera in cui oggi non siamo davvero più abituati. Nel frattempo i 250 cavalli di potenza (la più comune VW Golf GTI V ne aveva appena 200) fanno aumentare i chilometri orari portandovi in quella che è la vera esperienza di guida al volante della GTA. La progressione non è puramente unidirezionale, del resto impiega 6,3 secondi (in realtà qualcosina in più) per scattare da 0 a 100 km/h, ma qualcosa di intrinseco al suo particolare modo di trasmettere la strada su sino alla schiena del guidatore.


Il cambio, perlomeno l’unico da considerare, è un manuale a 6 rapporti (parte della produzione fu equipaggiata con un poco reattivo sequenziale Magneti Marelli), è preciso e non viene chiamato in causa più del dovuto, dato che si tratta principalmente di un costante dialogo tra la curva di coppia del Busso e l’immane sforzo dell’asse anteriore di mettere a terra la potenza quando ci si butta nelle curve. I 1.335 kg di peso sono un valore più che rispettabile, ma per ottenere il meglio dalla GTA bisogna stravolgere il proprio approccio alla guida sportiva, perlomeno quello al quale si è abituati al volante di una qualsiasi compatta sportiva più recente che vi tira fuori da una curva stretta con la semplice pressione dell’acceleratore. È infatti l’erogazione del motore aspirato abbinata alla mancanza di un differenziale autobloccante che fa storcere il naso ai guidatori più snob, ma che oggi ripaga proprio grazie a questa particolare necessità di adattarsi ad un’imperfezione progettuale figlia di un layout esasperato. Ok, il telaio resta poco incline alla sportività, il bilanciamento dei pesi (il Busso non pesa come un qualsiasi 4 cilindri turbo) e il sottosterzo – soprattutto disabilitando il controllo trazione – è esagerato, ma ciò non le impedisce di essere veloce e divertente.

Mettiamola così, c’è chi parla di sostanza al di sopra della forma, mentre per la 147 GTA è l’esatto opposto. Prima è venuta la parte emotiva, la volontà di dare vita a qualcosa di speciale in senso assoluto e poi ci si è trovati un qualcosa di imperfetto, ma assolutamente sfizioso. Il giovane me era combattuto, adorava l’idea di aprire il cofano motore e lasciare gli amici a sbavare sui collettori del Busso, ma d’altro canto ero consapevole dei costi di gestione di un 3.2 e soprattutto del fatto che quello con la Golf GTI mi avrebbe fatto mangiare la polvere 9 volte su 10, nonostante i 50 cavalli di meno. Ero giovane, sbarbatello e non capivo niente. Adesso non avrei dubbi.



Poco più di 20 anni dopo, la 147 GTA fa ancora parlare di sé e il tempo sembra aver affievolito il ricordo di quei difetti dinamici e compromessi progettuali, mentre molte sue competitors dell’epoca sono adesso semplici auto vecchie. Qui c’è qualcosa di grandioso, un azzardo che non ha purtroppo riscosso appieno un meritato riconoscimento e che oggi, nel piattume contemporaneo e con le compatte sportive che si contano su tre dita di una mano, ci fa sentire in colpa per aver perso tempo a guardare ai difetti e non a quanto fosse in grado di rendere piacevole il tempo al volante.

