Alfa Romeo Giulia GTAm | Vintage
ALLEGGERITA MODIFICATA
Lontano dai cordoli e dai cronometri, “la Monzeglio” rappresenta uno di quei baluardi di un mondo sempre più lontano. Un’epoca in cui imprese impensabili accadevano dove c’era la forte volontà e la totale dedizione di individui che sfidavano i giganti sbattendogli in faccia il frutto del proprio sudore, spesso portato avanti in piccole e umili officine.

Testo e Foto di Alessandro Marrone
C’è dell’inspiegabile nella costante ricerca di qualcosa che non possiamo avere. Obiettivi e non traguardi. Si parla di ambizione, desiderio, sogni che inseguiamo per tutta una vita. Eppure, nel preciso istante in cui raggiungiamo la soddisfazione, non abbiamo neanche il tempo di goderci il momento, perché dentro di noi è come se quella fiamma che sino al battito di ciglia prima ardeva forte, si fosse già spostata sulla prossima chimera da inseguire. È una sensazione che non ci da pace, un tormento atavico scolpito nelle ossa, talmente in profondità che porta a rassegnarsi al fatto di quanto sia impossibile da debellare. E così ricomincia tutto dal principio, sino a che non realizziamo che in realtà non si tratta del punto di arrivo, ma di tutto quello che c’è nel mezzo. Proprio come per la destinazione e il viaggio sino a quel luogo tanto idealizzato da farci credere che sia un piccolo pezzo nascosto sul piano astrale (se vi piacciono queste cose, avrete capito che intendo).



Lo stesso vale ovviamente per le auto. Chi sono io per dirlo – oggi, nel 2026 – quando è oltre un secolo che l’essere umano dedica la propria esistenza al perfezionamento della mobilità. Più veloce, più sicura, più efficiente – ne convengo – ma le emozioni dove le mettiamo? Quelle sembrano essersi fermate a qualche anno fa, non pochi aggiungerei. E no, non voglio certo passare per il tipico brontolone che rimpiange di non aver vissuto i mitici 60 e 70, snobbando quei capolavori ingegneristici che oggi ci spingono a velocità siderali con un impegno pari alle famigerate “scimmie ammaestrate” che ha citato il leggendario Niki Lauda parlando delle più recenti F1. Concedetemi però il beneficio del dubbio, laddove preferisca che non sia soltanto adrenalina e velocità a consacrare un’auto sportiva, ma anche il brivido e l’incertezza di un comportamento a volte imprevedibile, ma soprattutto costantemente meccanico.




Siamo orfani di auto che ti assalgono con rumori provenienti dal telaio, di quelle che ti fanno sudare anche in pieno inverno, che non perdonano, che devi rispettare, a meno che non voglia finire la tua corsa in un fosso. Quel pizzico di paura ci fa sentire vivi, ma ci fa soprattutto capire che non siamo mai perfettamente in controllo del mezzo, figuriamoci quando non si tratta di una semplice declinazione sportiva, ma di un oggetto pensato e realizzato con il fine ultimo delle corse. Qui si fa sul serio. I valori del mio radar per l’estasi automobilistica schizzano alle stelle mentre mi trovo di fronte alla Giulia GTAm del 1971.






Proprio lei, non una qualsiasi, è stata per me un chiodo fisso negli ultimi dieci anni, momento in cui Paolo e Matteo l’hanno portata a una delle nostre prime edizioni della Classic Run (all’epoca ancora Gentlemen’s Run, ndr). Il sole di quel giorno cede spazio ai più timidi raggi di fine inverno di oggi, dove succede esattamente quello che mi sarei aspettato. Prima senti il rombo del 1.985cc e soltanto in seguito inizi a scorgere quell’inconfondibile sagoma gialla. È esageratamente larga, bassa a tal punto da sembrare fuori posto su una strada aperta al traffico. L’attimo dopo sbuffa in rilascio e borbotta sinché Paolo non spegne il motore e vieni lasciato con il rumore della ventola di raffreddamento e il ticchettio dello scarico.

Ho conosciuto Paolo dieci anni fa, periodo in cui aveva sostanzialmente terminato da poco la sua Giulia GTAm, una replica fedelissima che riprende lo stile e la livrea della Scuderia Monzeglio, un nome che nonostante non sia celebre come quello della squadra corse Alfa ufficiale – Autodelta appunto – ha ottenuto incredibili risultati a livello nazionale, portandolo a ottenere numerosi successi, tra cui la Coppa CSAI Gruppo 4 (con la GTA 1600) e la classe 2000 del Gruppo 2 (con la GTAM), mentre con la 1300 ha addirittura vinto il Campionato Italiano Gruppo 2. Il destino vuole che Renato Monzeglio sia nato a Vignale Monferrato – nel 1921 – proprio a un paio di chilometri da dove ci troviamo oggi (e da dove vive Paolo). Trasferitosi a Milano molto giovane conseguì il diploma di motorista e dopo la Seconda Guerra Mondiale avviò la sua officina, la quale divenne ben presto riferimento per chi gravitava attorno al mondo delle corse.









Nel corso degli anni 60 la sua attività si sviluppò ulteriormente, includendo modelli come la Lancia Aurelia e successivamente la Fulvia Coupé, con la quale ottenne piazzamenti di rilievo in gare percorse su circuiti prestigiosi come la Targa Florio. Il legame professionale con il marchio Alfa Romeo si consolidò nel 1967, anno in cui la sua officina assunse lo status di concessionaria autorizzata. Da quel momento, Monzeglio concentrò sempre più la sua attenzione sulle Alfa GTA. Negli anni successivi la sua impresa crebbe, tanto che fu possibile istituire una vera e propria squadra corse dotata di una sala prova motori e di un organico in espansione. I risultati parlarono chiaro, tanto da renderlo celebre per quel “piccolo preparatore” che faceva paura ai grandi Team.

Con il progredire della tecnologia e l’aumento della complessità delle competizioni, Monzeglio scelse infine di ritirarsi negli anni 80, chiudendo la sua officina e tornando nel suo paese natale. La sua figura rimane impressa nella memoria degli appassionati per la passione travolgente, la creatività tecnica e la straordinaria capacità di ottenere risultati importanti con mezzi e risorse limitati. Altro aspetto curioso è il fatto che una sua nipote sia cugina della moglie del nostro Paolo, il che rende il legame con la sua GTAm gialla qualcosa di ancora più personale di quello che per esempio prova verso una delle sue molte altre vetture in collezione.




Il silenzio della collina viene finalmente interrotto. La Giulia ha riacceso il motore. Il 4 cilindri gira come un orologio e con la minima pressione dell’acceleratore la lancetta del contagiri schizza verso l’alto come se fosse lanciata con una fionda. La GTAm è leggera, leggerissima nell’ordine dei 940 kg, ma le semi-slick Toyo Proxes R888 sembrano delle ventose sull’asfalto e soprattutto in manovra richiedono qualche sforzo in più del previsto. Tutto questo viene però ripagato non appena la Giulia si immette in strada e sembra pennellare le curve come farebbe la ferma mano di un pittore di grande esperienza. Premuta a terra e con un assetto nel nostro caso ottimizzato dalle esperte mani di Alfaholics, non è certo una di quelle vecchie signore che vanno guidate con i guanti, perlomeno non quelli da turismo.

Salire a bordo della GTAm non lascia spazio a dubbi e la presenza dei tappetini è soltanto una questione di conservazione in fase di utilizzo. È nuda e cruda come ti aspetteresti un’auto da corsa, tuttavia quei circa 7.000 km percorsi da fine lavori a oggi non hanno in maniera assoluta intaccato lo status quo monocromatico interrotto soltanto dal nero dei Fusina con cinture a quattro punti. Può andare bene anche senza bluetooth e comandi vocali vero? Del resto questa è una di quelle poche auto che sanno pizzicarti l’anima e vi sfido a trovare una sportiva contemporanea che sia in grado di offrire un coinvolgimento simile alla guida. Del resto stiamo parlando di un peso piuma, abbinato ad un assetto Race (sopraffino) ruvido come un cuscino di cartavetro e una direzionalità che implica quanto ogni momento trascorso al volante desideri lasciare che il 4 cilindri salga di giri sino al raggiungimento dell’estasi.

La GTAm preparata da Monzeglio condivideva ovviamente l’aumento in centimetri cubici della GTAm ufficiale. Il 1.750 era quindi portato a 2.000, con potenze che chiaramente potevano variare tra 210 e 240 cavalli. La linea rossa posta a 7.500 giri era veniva raggiunta in molto meno tempo rispetto a quanto si pensi possibile, facendo armeggiare con la lunga leva del cambio inclinata e aumentando quel piacere analogico sempre più sconosciuto all’automobilista moderno. I collettori di scarico in acciaio sono diventati quasi viola e sono lo strumento musicale che offre una colonna sonora che ti lascia in totale concentrazione, percependo realmente l’aumentare di giri nell’ordine delle centinaia. Qui non c’è spazio per altro che non sia la più pura e radicale espressione della guida. Esattamente come aveva voluto Monzeglio quando decise di verniciarle di giallo e renderle riconoscibili da lontano, quasi a voler consacrare come quello sarebbe stato il nuovo pattern delle corse dell’epoca. Il meccanico del Monferrato che aveva sfidato e sconfitto i giganti ufficiali.

Storie come questa non fanno altro che aumentare il valore sentimentale verso un’auto, rendendo Paolo un custode di un mondo perduto che non deve assolutamente essere dimenticato. Nonostante una sfiziosa collezione, prevalentemente di Alfa Romeo e Lancia, ci racconta come la GTAm Monzeglio sia una delle sue preferite perché rappresenta un fortissimo punto di unione tra un’auto classica e una sportiva pura. Infatti non si tira di certo indietro quando ha la possibilità di portarla in pista e lasciare che il bialbero da 2-litri e 180 cavalli metta a dura prova la trazione dell’asse posteriore. Composta come sa essere un’auto da corsa, ma ruvida e dura a tal punto da accentuare la sensazione di appagamento quando viene portata vicino ai propri limiti meccanici. Molte sportive odierne ti fanno sentire un maestro, ma in realtà dispongono di un’elettronica che fa un buon 70% del lavoro. La GTAm ti mette a disposizione gli strumenti, ma sei tu a scegliere come andranno a finire le cose.


Lontano dai cordoli e dai cronometri, “la Monzeglio” rappresenta uno di quei baluardi di un mondo sempre più lontano. Un’epoca in cui imprese impensabili accadevano dove c’era la forte volontà e la totale dedizione di persone come Renato, uomini che sfidavano i giganti sbattendogli in faccia il frutto del proprio sudore, spesso portato avanti in piccole e umili officine. Per quanto mi riguarda, scindere il valore assoluto di un oggetto che ha saputo lasciare un’impronta nel mondo delle cose dalla bellezza soggettiva di un’auto che oggi è stata celebrata con le versioni GTA e GTAm della Giulia di ultima generazione è qualcosa che mi permette di comprendere le radici di qualcosa di speciale. Io, che ho vissuto la Giulia Quadrifoglio e l’ho trovata una tra le migliori esperienze di guida della mia vita, guardo alla GTAm del ’72 come al principio di qualcosa di grandioso, destinato a durare nel tempo anche quando di Giulia sportive non ne avremo purtroppo più.



Perché il tempo cambia le cose e le persone. Il tempo cambia tutto e non aspetta nessuno. Possiamo ricordare momenti e custodirli, ma è maledettamente importante viverli. Inseguire i propri sogni, farli diventare obiettivi e trasformarli nella prossima grande avventura della nostra vita. Che si tratti di una Giulia GTAm o chissà che altro, dobbiamo trasformarla in emozione. Perché è esattamente quella che pensavamo essere un effimero soffio di vita che rimarrà, a noi come a coloro che porteranno avanti il nostro sogno. Esattamente come Paolo ci ricorda ogni volta che decide di uscire dal garage con le mani strette sul volante della GTAm gialla. In quel momento non conta nient’altro. In quel momento tutto ha incredibilmente senso.

