Testo Alessandro Marrone / Foto Bruno Serra
Adesso i contorni del muso sono definitivamente dispersi nello spesso velo di nebbia tagliato dal cofano. Il bianco opaco sembra quasi farsi spazio oltre il parabrezza e impedirmi di ammirare lo scenografico paesaggio del passo, uno dei motivi per il quale ho percorso tanti chilometri in un giorno forse troppo a ridosso dell’epilogo della bella stagione.
L’asfalto è intriso di microscopiche gocce d’acqua e mentre le ruote vi rotolano sopra più lentamente di quanto avrei immaginato, continuo a salire verso l’alto. Un tornante dopo l’altro, sperando quasi che ad un certo punto tutto sparisca in favore di un cielo limpido magari nascosto oltre il fitto manto di nuvole. Sono da poco passate le 9 e non ho incontrato neppure un’anima dal momento in cui ho oltrepassato l’ultimo paese prima di avvicinarmi alla soglia del confine italo-francese. Tengo a freno i 510 cavalli della Stelvio Quadrifoglio, con il piede destro che non è mai stato così leggero e nel totale silenzio l’unico rumore che cerca di sovrastare quello delle gomme sul terreno bagnato è lo sfregarsi delle mani sulla corona del volante.
Calma – troppa calma – che fa presagire che da lì a poco dovrà per forza accadere qualcosa. Perché la speranza è proprio quella che il bianco assoluto che mi avvolge non mi faccia perdere in un labirinto dai contorni indefiniti. Aumentando l’altitudine mi accorgo del costante allontanamento da quello che è un banco di nebbia di cui non conosco la direzione. Non ho altro da fare che aumentare il passo e dare finalmente un pizzico di sfogo al V6 biturbo dell’Alfa. Il colore della carrozzeria si muove camaleontico rispetto ai prati dorati dall’imminente autunno alle porte.
Adesso il silenzio è interrotto dagli scoppi dell’Akrapovic. Un colpo dopo l’altro, perché non ti arrampichi sino qui per poi andarci leggero.
Incomincia un gioco al quale non è possibile abituarsi, un appagamento di pari valore soltanto al numero di giri che la lancetta oltrepassa. Saranno pure solo un paio di marce, ma la spinta della Quadrifoglio è qualcosa di poderoso e che non si lascia intimidire dalla maestosa prepotenza di una natura e di condizioni meteo avverse come quelle odierne. La fitta nebbia lascia spazio a un velo più sottile, per poi rendere ben visibile almeno la strada e qualche centinaio di metri di fronte allo scudetto di Arese esposto a qualsiasi tipo di elemento atmosferico. Ora che riesco anche a vedere le sagome delle catene montuose che mi circondano mi rendo conto della precarietà della situazione. Queste gocce quasi impercettibili potrebbero ben presto diventare neve e seppellire la strada dell’Agnello per i prossimi sette mesi.

Assalito da una sensazione di ansia e fretta, so che ogni secondo sia cruciale e che ogni occasione lasciata per un ipotetico passaggio successivo potrebbe non concretizzarsi più. È in quel preciso istante che ogni attenta pianificazione viene stravolta, lasciando che la situazione prenda il sopravvento e mi guidi lungo un’improvvisazione capace di esaltare ogni singolo attimo. Il cuore batte forte, ma non per la velocità che la Stelvio nella sua massima espressione è in grado di raggiungere in poco spazio ed a prescindere dalle condizioni del terreno. Sto provando una nuova percezione di amore verso una tipologia di vettura che seppur prestazionali al pari di supersportive più canoniche, non abbracciano certo la più classica delle filosofie del divertimento alla guida per come noi appassionati la conosciamo.
Il nervosismo della Stelvio, la precisione dell’avantreno e quel posteriore che allarga molto più di quanto sarebbe sensatamente possibile, sono alcune delle tante sfumature di un sogno ad occhi aperti vissuto in prima persona sui fianchi di una vetta oggi più selvaggia che mai. E quando meno te lo aspetti incomincia a piovere. Dapprima facendoti quasi credere che potesse smettere dopo pochi minuti, ma poi in maniera più insistente, quasi a volerti punire per aver sfidato la montagna, mettendo in chiaro che nessun azzardo sarà perdonato. Il bordo della strada è troppo vicino e il vuoto oltre fa venire i brividi anche soltanto a scriverlo. Alleggerisco, sono obbligato a farlo. Il fruscìo delle ruote torna ad essere l’unico accompagnamento e si alterna con quello delle mani aggrappate al volante. In sottofondo sento dei colpi intermittenti e capisco subito essere il cuore che riporta l’eco delle incredibili emozioni vissute sino a pochi attimi prima.
