Hero Cars | BMW M6
Testo Matteo Lavazza / Foto BMW media
Hey tu. Sì, sto parlando con te, lo stesso che vent’anni fa ha storto il naso quando Chris Bangle ha dato alla luce la spigolosa BMW M6. Almeno per metà, dato che il frontale era tondeggiante come il muso di uno squalo, mentre invece il posteriore – per l’appunto – ricordava un po’ la cassapanca di vostra nonna, che oggi vendereste insieme al gatto per mettervi in garage una delle gran turismo più emozionanti di sempre. Una sola parola, due lettere: F1. Già, la M6 introdotta nel 2005 introduceva su larga scala il know-how della massima categoria automobilistica, abbinando potenza a palate ad un V10 da sogno, un autentico capolavoro audio-meccanico che anche da solo varrebbe il prezzo del biglietto.

L’attesa durava dal lontanissimo 1989, anno in cui alcuni di voi non erano magari neppure nati. A quel tempo, che se non vado errato è comunemente definito preistoria, si salutava la leggendaria M635 Csi, alfanumericamente nota come E24. Era tutta un’altra storia e non solo a livello estetico, ma a livello di dinamica di guida, dove si disponeva di un’ottima potenza, ma di una telaistica debitrice del periodo storico di riferimento. Logico. Nel 2003, la Serie 6 torna alla ribalta e lo fa con un prodotto totalmente innovativo: una grossa coupé che in realtà sostituisce la più recente Serie 8. Il muso è sempre abbondante e un punto chiave, ma le somiglianze finiscono qui: la creazione di Bangle è più massiccia, meno filante e maggiormente incline ad essere definitiva gran turismo, anziché coupé ad alte prestazioni. Una differenza incredibilmente sottile che viene pure mescolata con l’arrivo – due anni dopo – della M6.




Più larga, più bassa, con immensi pneumatici posteriori da 285” e due coppie di terminali di scarico ad emettere uno dei sound più folli mai concepiti da auto prodotta in serie, figuriamoci da una che non incarna i tratti stilistici di una più esotica supercar. Il V10 da 5-litri eroga 507 cavalli, un numero che diviene subito un riferimento per la categoria (anche per quanto riguarda la berlina M5 da cui prende in prestito il cuore pulsante) e che cancella nel giro di un secondo tutto ciò che non gravita attorno all’accoppiata concessa dal prestigio di un motore di tale cubatura e una potenza effettiva che può essere sfruttata per davvero, o volendo anche “tagliata” a circa 400cv tramite una gestione elettronica intelligente pensata per rendere questa BMW un oggetto di piacere e non il modo più veloce e rumoroso per schiantarsi contro un albero. Il cervellone è infatti capace di compiere 200 milioni di calcoli al secondo e offrire così un’esperienza di guida senza compromessi, anche laddove decidiate di osare e spingere a fondo un acceleratore che gocciola follia teutonica.



La scala dei giri è spaventosa: con una simile potenza erogata a 7.750 giri, il latrato apocalittico della M6 dispone di una coppia massima di 520 Nm e una corposa elasticità che muove i suoi circa 1.800 kg nello spazio e nel tempo con un’agilità che è a dir poco sorprendente. Pensare che l’abitacolo sia poi incredibilmente confortevole anche sulle lunghe distanze fa subito perdonare la necessità di doverla dissetare ogni cento metri, a prescindere dall’intensità con la quale agirete sull’acceleratore. Un dettaglio del tutto trascurabile, perché l’M6 è un’auto pensata per chi esige il massimo in termini prestazionali. Il suo design all’epoca così criticato non ha fatto altro che cementarla come un’icona, cristallizzata al di fuori del tempo e di un invecchiamento che colpisce maggiormente design meno azzardati. Vent’anni fa occorrevano circa €128.000 per mettersi la chiave in tasca, mentre oggi – già in fase di rivalutazione da un paio d’anni – potete giocare con un gioiello di derivazione F1 da appena €35.000. Quel rumore vi ossessionerà giorno e notte.

