Testo Carlo Brema / Foto Fulvio Ferraro
La Toyota Celica Turbo 4WD Carlos Sainz è una di quelle auto che non si dimenticano. Basta guardarla per capire che non è solo una sportiva degli anni novanta, ma un pezzo di storia del rally mondiale, una macchina nata per correre e poi addomesticata quel tanto che basta per poterla usare su strada. Oggi è un oggetto che va rigorosamente venerato, una di quelle vetture che ti riportano in un’epoca in cui le auto avevano carattere, rumore e un’anima ben definita. E si sa, i giapponesi sanno cosa occorre per consacrare l’immagine di un’auto e renderla immortale.

Tutto ha inizio nei primi anni ‘90, quando Toyota stava vivendo un momento d’oro nel mondiale rally. Con la Celica ST185, la casa giapponese aveva conquistato i cuori dei tifosi e le prove speciali di mezzo mondo, grazie anche al talento di Carlos Sainz, che con quella vettura vinse due titoli mondiali. Per omaggiare il pilota spagnolo e per rispettare le regole di omologazione del Gruppo A, Toyota decise di costruire una serie speciale di cinquemila esemplari, tutti numerati. In Italia ne arrivarono appena quattrocento – alcuni dicono anche meno – e per chi ne possiede una oggi si tratta di un privilegio assoluto.

Dal punto di vista tecnico, la Celica Turbo 4WD Carlos Sainz non era solo una sportiva con qualche appendice aerodinamica e la voglia di tirare i giri sino al limitatore. Sotto il cofano c’era il 2.0 turbo quattro cilindri 3S-GTE con intercooler aria-acqua, una soluzione tecnica raffinata per l’epoca. La potenza ufficiale era intorno ai 204 cavalli, ma la vera magia era nella coppia, nella progressione lineare e nella trazione integrale permanente con differenziale Torsen. Tanto per intenderci, alla guida non pativa il fastidioso lag delle sue contemporanee, ma saliva di giri in maniera uniforme, sino a far segnare uno 0-100 km/h in meno di 8 secondi. Oggi potrebbe quasi sembrare un’eternità, ma quello che si prova a bordo – quella pelle d’oca nel sentire quanto sia ruvido il telaio sotto il sedere – dice ben altro. Più che la velocità pura contava la sensazione di controllo, la sicurezza con cui la Celica affrontava ogni curva. Non era un’auto da spari sul dritto, ma una compagna perfetta per i percorsi misti, quelli che ricordano le prove speciali di un tempo e quelle leggendarie touge in notturna.

L’estetica parla la stessa lingua: cofano con prese d’aria, paraurti profondi, fari a scomparsa e un look compatto ma muscoloso. Non c’erano orpelli gratuiti, solo dettagli funzionali, come se ogni linea avesse un obiettivo tecnico. Anche in questo caso la precisione e dedizione giapponese sono un valore aggiunto non da poco. Dentro, il volante regolabile in altezza era già un piccolo lusso e sorprende pensare che oltre trent’anni fa Toyota avesse già pensato a soluzioni di ergonomia oggi considerate scontate.

Per capire davvero cosa rappresenti una “Carlos Sainz” bisogna però ascoltare chi la vive ogni giorno. Fulvio, appassionato ligure di rally, è uno di quei fortunati. Racconta che la sua passione nasce negli anni ottanta quando il Rally di Sanremo era tappa fissa del mondiale e lui non ne perdeva nemmeno un’edizione. Oggi custodisce nel suo garage una collezione da sogno: Delta Integrale, Sierra Cosworth, 205 GTI, 405 Mi16, e naturalmente 3 Celica (sì, abbiamo detto 3!), tra cui la sua amata Carlos Sainz bianca.


“È uno spettacolo per gli occhi” e come dargli torto. L’ha tenuta originale, con solo qualche modifica reversibile, conservando ogni pezzo d’origine. Non la definisce un’auto estrema, ma una vettura di sostanza, capace di spingere in modo pieno e costante senza quel colpo secco tipico del turbo delle vecchie sportive. Quando la guida sulle strade del Melogno, luogo storico per i test delle scuderie ufficiali, racconta di sentire ancora l’odore di benzina bruciata, lo stesso profumo che accompagna i suoi ricordi di gioventù tra le curve del rally.


Fulvio la pensa esattamente come noi: “i giovani di oggi si stanno perdendo qualcosa”. Per lui, le vere auto sportive sono finite all’inizio degli anni 2000, quando elettronica e sicurezza hanno preso il sopravvento a scapito dell’emozione. “Quelle di una volta erano rigide, rumorose, persino scomode, ma avevano un cuore. Ognuna con un carattere distinto, riconoscibile al primo sguardo o al primo rombo. Oggi molte auto sembrano tutte uguali” e anche se la nuova GR Yaris può essere considerata la discendente spirituale della Celica, lui la guarda con una certa distanza, forse per quel cilindro mancante che toglie un po’ di magia.
Guidare una Carlos Sainz oggi significa vivere un’esperienza che va oltre la velocità. È sentire la meccanica dialogare con la strada, percepire ogni vibrazione del volante e ogni spinta del turbo. È un’auto che non perdona disattenzioni, ma quando impari a rispettarla ti regala un legame diretto, fisico e assai raro nelle auto moderne. Lui lo sa bene e lo racconta con quella luce negli occhi che solo i veri appassionati conoscono. Dal punto di vista collezionistico, la Celica CS è ormai un pezzo da tenere in seria considerazione e non soltanto per la rarità dovuta alla produzione limitata.

La Carlos Sainz è tutto questo: un simbolo di un’epoca in cui le auto erano costruite con l’intenzione di emozionare. È un promemoria di cosa significhi davvero guidare, un invito a riscoprire il piacere della meccanica, della trazione integrale che ti tira fuori dalle curve con grinta, del turbo che spinge deciso. E quando la incontri per strada, bianca con i fari che sbucano dal cofano, ti ricordi subito perché siamo perdutamente innamorati di ogni oggetto ad alte prestazioni venuto fuori da quell’epoca d’oro in cui auto da rally e stradali condividevano molto più che il nome. ll Melogno può confermarlo, perché se tendete l’orecchio oltre il fruscio delle foglie, potreste sentire il rombo di una GT-Four che tira al limitatore una marcia dopo l’altra.
