Memorie della Route Napoléon
Testo di Andrea Balti / Foto di Ilario Villani
Ogni giorno, per i più disparati motivi, tutti noi percorriamo una strada. Ciascuna ha un punto di partenza e – logicamente – una destinazione. A noi fanatici della guida piace sottolineare quanto in realtà la vera magia sia però racchiusa nel mezzo, in quel tragitto che unisce i due puntini sulla mappa e che spesso rappresenta la vera esperienza di quello stesso viaggio. Ci sono strade che assumono un valore particolare, come anche quelle che valgono il cosiddetto biglietto del viaggio, ovvero il fatto di giustificare la partenza da un luogo distante per il fine unico di guidare. Esatto, guidare. E basta. Del resto cos’altro serve per tirarci giù dal letto prima dell’alba?
Con l’inverno ormai alle porte e un freddo autunno che ha bruscamente dato lo stop alle nostre tradizionali arrampicate alpine, mi trovo seduto alla scrivania in completa solitudine. I colleghi sono già rincasati e approfitto di qualche oretta di silenzio e tranquillità per chiudere gli ultimi lavori lasciati in sospeso. Poi i miei occhi si soffermano su una foto appesa alla parete e subito mi torna in mente la prima volta che ebbi la fortuna di percorrere la Route Napoléon, uno tra gli asfalti più iconici insieme al Passo Stelvio e alla Transfăgărășan.
Nel suo caso non parliamo minimamente di destinazione, poiché la tratta anche conosciuta come N85 è lunga oltre 330 chilometri, per cui è facile immaginare quanto mai come in questo caso si tratti di un viaggio e non di un semplice punto di arrivo. La Route deve il suo nome al percorso che Napoleone Bonaparte calcò nel 1815, quando fuggendo dall’isola d’Elba marciò verso Parigi per la riconquista del potere. Un episodio passato alla storia come “I cento giorni”. Adesso, tolto il fatto che in automobile sia perfettamente possibile guidare da Grenoble a Cannes (o viceversa) in poche ore, il fatto di averla poi percorsa numerose volte mi ha permesso di individuare le tratte migliori e più scenografiche.
Attraversando la Route Napoléon si ha quindi una varietà di paesaggi notevole, alternando strade più aperte con rettifili che incitano a immolare la propria patente di guida, passando per balcony roads che elevano il fattore esperienziale grazie a rocce che si fanno attraversare da sottili lingue d’asfalto, perlopiù in più che buone condizioni. La Route va assaporata, ma il valore aggiunto che mi ha fatto scoprire è quello che pochi altri luoghi mi hanno concesso, ovvero quel rapporto intimo che si va a instaurare con quei piccoli paesini estranei a qualsiasi mappa tradizionale. Ogni villaggio racconta la sua storia scandita dai colori e dalle vecchie insegne delle botteghe, alle volte quasi del tutto consumate dal tempo. Ma non si tratta di incuria, quanto piuttosto di rispetto verso una tradizione che vuole e deve continuare a sopravvivere.
È indubbio che il consiglio è quello di partire da Grenoble, entrando subito in sintonia con i borghi più piccoli e quindi lasciare come gran finale la sezione più tortuosa, la quale può prevedere le più disparate deviazioni: che si tratti delle Gorges du Verdon, della Route de Gentelly o della D6085, che scende da Escragnolles con gli ultimi coinvolgenti tornanti sino a raggiungere Grasse, la capitale dei profumi. Dopo pochissimi di quei 330 km si capisce subito quale sia il vero significato della Route Napoéon e il fatto di avere a disposizione un ventaglio di chilometri così ampio non fa altro che concedere la possibilità di immergersi totalmente in un’esperienza assoluta pronta a sorprendere il guidatore accanito almeno quanto il viaggiatore più tradizionale. Quei colori, quegli odori. Sento il bisogno di tornare là, molto più di quanto pensavo possibile.
