Suzuki Swift GTI | Dopo 35 Anni È Sempre Un Tuffo Al Cuore
Siamo tutti indubbiamente legati ai nostri ricordi. Immagini che con il trascorrere degli anni si accentuano al pari della stempiatura, ormai pronta a non lasciare fraintendimenti sul fatto che non sia più un ragazzino. Già, non sono cresciuto con “Call of Duty”, non conosco nemmeno il titolo di una canzone di Taylor Swift (la cantante, non l’automobile!) e forse è proprio perché nei miei ricordi c’è un’auto come la Suzuki Swift GTI. Quella dei primi anni 90, quando – ancora senza patente di guida – affollava i miei sogni di giovane appassionato.


Quando ne vedevo una nel parcheggio vicino al campo sportivo, era sicuro che mi sarei trovato lì, appiccicato alla griglia a sbavare dietro a quelle linee inconfondibili, a quei fari posteriori a 12 elementi che strizzano l’occhio a geometrie modulari e che riflettevano il concetto analogico di una piccola bomba pronta a far esplodere tanto divertimento alla guida, quanto le sue differenze estetiche rispetto ad una qualsiasi Swift lasciavano intuire. E intanto la squadra avversaria ci sotterrava di gol, ma che importa.

Basata sulla seconda generazione della compatta giapponese, la GTI vide la luce per massimizzare il rapporto tra prestazioni e peso. Il cuore del progetto era il motore G13B, un quattro cilindri in linea da 1.298 cc, interamente in alluminio, dotato di doppio albero a camme in testa e 16 valvole. In un periodo in cui molti concorrenti si affidavano ancora a soluzioni più conservative, Suzuki scelse una strada tutta sua. Il risultato era una potenza di circa 101 cv a 6.500 giri, un valore notevole se rapportato alla cilindrata e soprattutto alla massa complessiva dell’auto.




Con un peso che si attestava poco sopra gli 800 kg, la Swift GTI vantava un rapporto peso/potenza estremamente favorevole. Questo si traduceva in prestazioni brillanti: l’accelerazione da 0 a 100 km/h avveniva in poco più di 8 secondi, mentre la velocità massima superava i 190 orari. Numeri che ancora oggi sono di tutto rispetto, non negatelo. Provate a immaginare cosa significava tirarne una per il collo quando non c’era ancora traccia di ADAS e controlli maniacali sulle emissioni.



Il cambio manuale a cinque marce presentava innesti secchi e rapporti piuttosto ravvicinati, pensati per sfruttare al meglio l’allungo del motore, che dava il meglio di sé oltre i 4.000 giri. L’erogazione era tipicamente aspirata: poco generosa ai bassi regimi, ma progressiva e coinvolgente man mano che il contagiri saliva, accompagnata da un sound metallico che gasava come poche altre cose. La stessa leva del cambio non sarà stata il massimo in termini di precisione, ma una volta fatta l’abitudine si faceva maltrattare senza problemi.

L’assetto rifletteva la stessa filosofia. Sospensioni anteriori McPherson e posteriori a ponte torcente, una configurazione semplice ma efficace, tarata per privilegiare la reattività. Lo sterzo, privo di servoassistenza nelle prime versioni, restituiva un feedback diretto e comunicativo, trasmettendo al guidatore la sensazione di essere realmente al comando della situazione. In curva era evidente un leggero sovrasterzo in rilascio che gli appassionati più esperti imparavano presto a sfruttare, avvalorando così la tesi secondo la quale la Swift GTI non era una sportiva come tante, ma molto di più. Quasi sopraffina, aggettivo che avresti stentato credere possibile affiancare a Suzuki, celebre per robustezza e un approccio più grezzo rispetto alle compari giapponesi che puntavano già ad elevare il comfort di bordo.


Era il periodo d’oro delle piccole bombe e ogni brand voleva dire la sua. Per Suzuki, la Swift GTI rappresentò un modello importante, ma per gli appassionati fece molto di più, consacrandola come una tra le meno scontate ma più efficaci hot hatch che si potessero desiderare. Era la scelta fuori dal coro, il modello che non ti aspettavi e che a distanza di 35 anni continua a sorprenderti con poche parole e tanti fatti. Era il metallico incedere di quel 1.3 che mentre aumentava di giri faceva accelerare il battito del cuore di un ragazzo che qualche anno dopo coronò il suo sogno acquistandone una usata e che oggi si mangia pure i gomiti per averla venduta.
Testo Marco Rallo / Foto Marin Tomaš
