L’attimo prima geli dal freddo, quello dopo muori di caldo. Alle volte capitano entrambe le cose e devi sempre indossare degli occhiali per non restare accecato a causa di qualche pietrina. Ma poco importa perché nel frattempo ti stai divertendo come un matto. In un mondo costellato da schermi touch e compromessi, descrivere le emozioni che provi guidando una Caterham non è difficile. È impossibile.
Testo Alessandro Marrone / Foto Alessio Becker


È sempre la solita storia. Hai appena portato a termine l’interminabile procedura di preparazione alla guida – che tradotto in estrema sintesi significa entrare in abitacolo e allacciare le cinture a quattro punti – e succede qualcosa. Senti squillare lo smartphone, ovviamente stivato nello striminzito vano di carico ricavato nella zona posteriore. Impossibile, anche per un contorsionista, pensare di arrivarci. Resto un momento in attesa, quasi cercando di interpretare in base all’insistenza, se potrebbe mai essere qualcosa di così importante o urgente da costringermi a slegarmi e rispondere. Poi mi acciglio leggermente e convinto del fatto che non farei mai in tempo, giro la chiave sotto il cruscotto in fibra di carbonio. Premo il pulsante rosso e improvvisamente il riff di Jimi Hendrix viene risucchiato dal borbottio del 4 cilindri Duratec.

Scusate, ma non ci sono per nessuno. Muovo quel poco che occorre il braccio destro e innesco la prima marcia, su la frizione e via verso qualcosa difficile da descrivere a parole. Ecco, è tutto quello che occorre per disconnettersi da un mondo che è sempre online. Una vita fatta di tecnologia smart, connettività wireless anche in quei remoti angoli in cui una volta andavi per fuggire dal caos della settimana lavorativa, smartwatch che ti dicono quanti battiti al minuti sarà meglio mantenere per sopravvivere allo stress delle riunioni del lunedì e foto più o meno artefatte a cacciare like su Instagram. Basta. A me occorre un volante, una leva del cambio, un telaio e un motore. La risposta, da svariati decenni è sempre Seven.




La mitologica creatura che Lotus ha ceduto a Caterham continua incredibilmente a esistere in un mondo reso sempre più irriconoscibile. Qui si parla di emozioni vere, ruvide come i sedili rigorosamente non imbottiti della 340R in prova. Assordanti a tal punto da rendere impossibile scambiare due parole con il passeggero con il quale sgomiti ogni volta che imposti una curva, scegliendo se tenere gli stessi gomiti stretti al busto, oppure un po’ più in alto. Del resto si tratta di farci l’abitudine, come accade per la frizione o per il volante Momo che sembra preso in prestito da una macchinina del luna park. Tutti aspetti che sono chiaramente votati ad un unico scopo, quello di connettere guidatore e auto in maniera assoluta.

La Caterham Seven non può essere catalogata, non può essere spiegata con quegli sterili numeri che non permettono nella maniera più assoluta di capire cosa significhi realmente infilarsi in quell’angusto guscio chiamato telaio. Un sottilissimo strato di lamiera è tutto ciò che ti divide dalla gloria motoristica o da un destino tragico. È tutto letteralmente nelle tue mani. E così, dato che il tempo (e l’avanzare dell’età) potrebbero affievolire il ricordo delle incredibili emozioni provate nelle mie precedenti esperienze al volante di una Seven, eccomi di nuovo a inviare messaggi al mio osteopata, perché è indubbio che dopo una settimana trascorsa con la 340R la mia prossima tappa è assicurata.


Non penso sia possibile abituarsi a quest’oggetto. La cosa assurda è che guidandola ogni singolo giorno e nonostante i logici sacrifici in termini di comodità e praticità, non ho mai – e giuro mai – sentito il bisogno di prendere una scorciatoia. Prendi per esempio la strada che divide casa al cortile dell’ufficio. Tolta una manciata di chilometri per uscire dal centro abitato, l’itinerario di circa una trentina di chilometri è sostanzialmente articolato su una tortuosa strada collinare. Avete capito perché ogni scusa era buona per fare la fatidica pausa pranzo a casa e poi rientrare in redazione? La Caterham instaura un rapporto viscerale, quasi come se ti legasse a sé tramite un cordone ombelicale e come tale ti fornisce nutrimento. Nutrimento per la tua anima, facendoti sentire vivo e soprattutto – aspetto ormai estinto nel buon 99,9% dei casi – in reale controllo dell’auto.


E così eccomi di nuovo ad affrontare la parte cosiddetta “difficile”: salire a bordo. Appurato che con la capote in tela chiusa sia una procedura impossibile da fare senza danneggiarsi un paio di vertebre, ringraziamo il meteo clemente e la possibilità di guidare con il vento tra i (pochi) capelli. Sposto le cinture e aiutandomi con il roll-bar aggiuntivo, mi calo su quei fantastici sedili in fibra composita e granito. Un piccolo movimento e agguanto le cinture per poi allacciarle e stringere per bene. Fortunatamente avevo già richiuso la portierina, indispensabile laddove affrontiate strade che possono presentare pietrisco pronto a finirvi negli occhi. Un click qui, uno là e sono pronto a partire. Quell’attimo è magico. È impagabile.


C’è ancora silenzio tutto intorno e le mani sono per il momento libere da ogni tipo di tensione. Giro la chiave e premo il pulsante di accensione. Il 4 cilindri prende vita e singhiozza quasi, suggerendo di tenere su di giri sinché i liquidi non raggiungeranno una temperatura adeguata. I vicini di casa ne saranno felici, del resto me lo avevano confermato quella notte che sono rincasato con la Lambo STO. Il terminale di scarico è posizionato sul fianco destro e promette di castigare un passeggero disattento e deliziare con un borbottio e un suono cupo e ruvido a metà tra quello di una moto e di un’auto da corsa.

Nessun filtro. Nessun aiuto. Qui non c’è ABS, non c’è servosterzo e nessun tipo di aiuto trazione. Ogni errore viene pagato caro, ma al tempo stesso tutto ciò che di buono farete assumerà un sapore ancora più dolce. Butto dentro la prima e parto. Svicolare nel traffico ti fa sentire come al volante di un giocattolo. Vieni osservato da tutti, alcuni indicano questa Formula 1 a spasso per la città, altri la credono una Ferrari (ma siamo seri?). Ma nessuno e con questo intendo anche l’appassionato medio, potrà mai immaginare cosa significhi guidare a pochi centimetri dall’asfalto, osservando le ruote anteriori che seguono gli input del volante e vanno a pennellare i primi punti di corda di una strada che ormai è lontana chilometri da semafori e incroci.




La 340R monta un Duratec di origine Ford. Ha 170 cavalli e 174 Nm di coppia, valori universalmente timidi, se non fosse che il peso che ci si porta appresso è di circa 560 kg. Del resto la Caterham estremizza il concetto Lotus (Elise ed Exige per intenderci) secondo il quale meno peso rappresenti un punto cruciale dell’esperienza di guida e quindi delle performance stesse. Con la Seven si tratta di una connettività con l’asfalto ancora più marcata, grazie a dimensioni ridotte all’osso, a una seduta rasente al suolo e una reattività che viene spesso paragonata a quella trasmessa da una moto, complice anche il fatto di essere totalmente esposto agli elementi.

Devi schivare le foglie, perché altrimenti le senti lungo tutta la spina dorsale e con sedili come questi non sto affatto estremizzando il concetto. Tutto il resto è rumore, un fantastico frastuono che ti riempie i timpani e la cassa toracica, arrivando quasi a farti dimenticare quanto sia rigida e quanto sia duro il piccolo volante. Questo viene rinfrescato nelle curve più strette, ma premia con una precisione ultraterrena mentre percorro strade che conosco a memoria e che mostrano un lato di sé che sino ad oggi non avevo potuto comprendere. Sono costretto ad alleggerire soltanto in un paio di occasioni: per un tratto leggermente sconnesso e perché il buon Alessio (il fotografo, ndr) vorrebbe arrivare a casa tutto intero.


E come dargli torto, dato che senza uno sguardo al contagiri ti verrebbe da cambiare a 3.000/3.500. Qui invece sali sino a oltre 7.000 giri ed è proprio nella fascia alta, quando quel piccolo e barcollante ago sta per pizzicare la linea rossa, che la Seven mette in mostra ciò di cui è realmente capace. Il 2-litri è tutto sommato elastico, nel senso che non pretende di essere sempre tenuto su di giri, ma sotto i 2.000 tende a borbottare e sopra i 5.000 ti fa chiaramente capire quanto sia a suo agio. La frizione è pesante, soprattutto nel traffico, ma una volta “fatto il piede” è esattamente come la vorresti, perché quest’auto non va trattata con i guanti di velluto. Va più vista come uno strumento ruvido, di quelli che amiamo definire d’altri tempi. E in perfetta armonia con quei movimenti rapidi e decisi tra pedali, cambio e volante, la Seven è come un bicchiere d’acqua fresca dopo essere rimasti dispersi nel deserto per giorni.

Con il trascorrere dei giorni e gli pneumatici Toyo Proxes belli caldi è naturale provare a spingersi oltre. I propri limiti sono del resto un confine che viene continuamente spostato, quelli della Caterham sono là, ma non sono affatto facili da vedere, soprattutto lontano dalla sicurezza di un circuito. Il cambio manuale a 5 rapporti ha innesti ravvicinati e – perlomeno su questo esemplare – non ho mai trovato alcun tipo di incertezza. Lo sterzo è diretto e mantiene sempre una perfetta comunicatività con la strada, aspetto per nulla scontato dato che le ruote anteriori sono comunque di dimensioni ridotte: 185, contro 215 di quelle posteriori, quelle di trazione. Non hai spazio per mettere a riposo il piede sinistro, come non hai spazio per nessun tipo di oggetto al di fuori di qualcosa di molto piccolo, ricavato dietro alla leva del cambio. Resta il fatto che guidando non avrai né tempo, né voglia di prestare attenzione ad altro che non sia la strada di fronte ai tuoi occhi.


Un giorno, durante uno dei rari momenti lontano dall’abitacolo, si accosta un furgone. Scende un signore sulla settantina, forse anche più, ma portati piuttosto bene. Dapprima osserva la Caterham con interesse, ma il suo sorriso lascia intendere che non sia uno sprovveduto. Insomma, avevo l’impressione che sapesse cosa aveva davanti. Poi sfrutta un momento di silenzio tra me e i colleghi e mi domanda – Bella questa Seven. Che motore ha? – Da lì incominciamo a parlare per svariati minuti e mi racconta che in gioventù ha preso parte a dei rally con una Lancia Delta Integrale e che tutt’oggi ne ha una che tira fuori dal garage per qualche giretto tranquillo, magari scannando qualche curva in ricordo dei vecchi tempi.

Poi, come un fulmine a ciel sereno mi spara una domanda che mi spiazza – Ma pensi sia meglio questa o una di quelle supercar di oggi, con tutti quei cavalli? – Resto in silenzio per qualche secondo, per il semplice motivo che non voglio mai farmi tradire dalla fretta, tantomeno dalla foga del momento o dall’adrenalina che ancora mi pizzica la pelle dopo una serie di tornanti con la 340R. Passo in rassegna tutte quelle meravigliose auto da sogno provate negli ultimi anni. Tutte bellissime, missili su ruote che non cercano di ucciderti al primo errore e talmente comode da poter attraversare un continente senza nemmeno sentire il bisogno di scendere. Poi guardo la Caterham, così provocatoriamente nuda, cruda e violenta. Un oggetto che non è nato per piacere a tutti, che non sarà mai campione di vendite o il poster della cameretta di un giovanissimo appassionato. Ed è proprio questo che la rende unica, il fatto di essere un oggetto per palati fini, per specialisti, per quelli che vogliono che una giornata di guida rappresenti un’emozione e non una semplice azione. – Bé, questa è imparagonabile. È un oggetto a parte. – E sorrido compiaciuto perché sto per calarmi ancora in quell’abitacolo.


È qui che il prezzo diviene relativo, almeno quanto la reale utilità di una Seven all’infuori del ruolo di giocattolo per il weekend. Appurato che il meteo e la condizione fisica lo consentano. Quelli sono gli unici due fattori – peraltro relativi e soggettivi – che implicano che la Caterham Seven debba essere esattamente com’è. Questo è qualcosa che il nostro subconscio capisce molto prima rispetto alla nostra mente, ecco perché non ti senti mai stanco o sazio. Nel momento in cui entri in confidenza e trovi il coraggio tieni giù il gas in uscita di curva e senti le gomme che mordono ogni più piccolo granello di asfalto. Pesti forte sui freni e poi giochi con i pesi, con quel telaio rasoterra nel quale sei abbracciato da uno scheletrico sedile. Sensazioni che sono merce rara e che non credevi possibili senza tuta e casco integrale.

La Seven è viva. È un insieme di rumori meccanici, di movimenti bruschi e di un costante dialogo con il guidatore (e con il passeggero, non v’è dubbio). È incredibile come ti permetta di sentirti in controllo di tutto, ma al contempo in grado di decidere di quanti millimetri spostare l’asticella dell’azzardo. Sì, perché con questa puoi farti davvero male, soprattutto se pensi di dominarla al primo approccio. È come uno stallone, ma pesa molto meno e fa più rumore. Bisogna rispettarla, amarla e quando non ti senti abbastanza sicuro, è necessario tirare il freno e fare un passo indietro. L’attimo prima geli dal freddo, quello dopo muori di caldo. Alle volte capitano entrambe le cose e devi sempre indossare degli occhiali per non restare accecato a causa di qualche pietrina. Ma poco importa perché nel frattempo ti stai divertendo come un matto. Con lei il concetto di guidare assume un valore differente. Non si tratta nemmeno di semplice divertimento, ma di una percezione che ti fa sentire un meccanismo – quasi un ingranaggio – della macchina stessa. E per fortuna il rumore sarà talmente assordante e invadente che nessuno sentirà il passeggero urlare.

Ringraziamo Romeo Ferraris, dealer ufficiale per Caterham e specialisti nell’elaborazione e assistenza per qualsiasi vettura che parli il linguaggio universale del divertimento su ruote.
CATERHAM SEVEN 340R
Motore 4 cilindri, 1.999 cc Potenza 170 hp @ 7.250 rpm Coppia 174 Nm @ 6.500 rpm
Trazione Posteriore Trasmissione Cambio manuale a 5 rapporti Peso 560 kg
0-100 km/h 4,7 sec Velocità massima 198 km/h Prezzo €64.000 ca.
