BMW Z1 | Venuta Dal Futuro
Abbassare le portiere e viaggiare a cielo aperto, con il vento che ti accarezza i fianchi, crea un’intimità con la strada quasi commovente. È un’auto pensata per risvegliare emozioni sopite, una necessità oggi ancora più preziosa.
Testo Matteo Lavazza / Foto Alessandro Marrone

Ci sono auto che nascono per vendere. Altre, per vincere. Poi ci sono quelle che arrivano con il solo scopo di farci sognare. La BMW Z1 appartiene a quest’ultima, rarissima categoria. È un’auto che non rispondeva a un’esigenza di mercato, né a una moda passeggera. Era un esperimento puro, un’idea visionaria che ha preso forma nel metallo – anzi, nella plastica – e ha lasciato un segno profondo nella storia dell’automotive. Un segno che ancora oggi, a distanza di oltre trent’anni, continua a far battere il cuore degli appassionati. Tutti la conoscono come l’auto dalle portiere che scompaiono. Abracadabra e il gioco è fatto. Nessuno ha mai ripreso questa singolare soluzione.


Siamo nella seconda metà degli anni ’80 e BMW è nel pieno di un periodo di grande crescita, forte del successo della Serie 3 E30 e della Serie 5. Ma i vertici dell’azienda sentono il bisogno di esplorare nuovi territori. Nasce così, nel 1985, un reparto speciale con un nome tanto semplice quanto evocativo: BMWTechnik GmbH. Una sorta di laboratorio segreto dove ingegneri e designer potevano lavorare senza vincoli, sognando a occhi aperti. Il primo frutto di questa libertà creativa fu proprio la Z1. Una roadster pensata non tanto per il successo commerciale, quanto per testare materiali innovativi, soluzioni tecniche ardite e un nuovo modo di concepire il rapporto tra uomo e macchina. Il nome? “Z” come “Zukunft”, che in tedesco significa “futuro”. Un nome che era già una dichiarazione d’intenti.




La prima volta che vedi una BMW Z1 non puoi non fermarti a guardarla. Ha un’aria quasi aliena. Le sue linee sono morbide, fluide, prive di spigoli, con quelle fiancate alte e scolpite che sembrano fatte d’acqua, soprattutto nell’eccezionale colore Urgrün Metallic che ci ha portato Pietro, uno dei due amici oggi con noi lungo la Panoramica di Superga, ad una manciata di minuti dal trafficato centro di Torino. Ma è solo avvicinandoti che noti il primo vero colpo di scena: le portiere non si aprono verso l’esterno, come su tutte le auto. Scorrono verso il basso, scomparendo nella scocca con un ronzio elettrico che ha dell’incredibile, soprattutto pensando che siamo nel 1989. Tanto scenografico quanto fragile, questo meccanismo è il fulcro attorno al quale ruotano le prime riflessioni su questo modello in realtà poco conosciuto.







E poi c’è la carrozzeria. Non in lamiera, ma in materiale plastico termoformato, leggero e flessibile. Pannelli in poliuretano e materiali compositi, montati su un telaio in acciaio zincato che funge da spina dorsale. Un’auto che si può “smontare” e rivestire con un altro colore, come fosse un giocattolo per adulti. Nessun’altra auto in produzione aveva (e ha tuttora) una simile struttura modulare. Il tutto con una resistenza alla corrosione eccezionale e una leggerezza che contribuiva al piacere di guida. Il bello è che potreste anche renderla multicolor, sostituendo determinati pannelli con altri con un colore differente. Giusto nel caso voleste attirare ancora più sguardi.



Ma sotto quella pelle così diversa, la Z1 era anche una fucina ingegneristica. Il telaio era una struttura monoscocca in acciaio galvanizzato, prodotto con tecniche allora inedite nel settore automobilistico. La parte inferiore, una vasca rigida in materiale composito, contribuiva alla rigidità e alla sicurezza. L’intera auto era pensata per essere solida, ma anche facilmente riparabile e modificabile. E la meccanica? Qui BMW giocò sul sicuro, ma senza rinunciare al carattere. Sotto il cofano c’era un 6 cilindri in linea da 2.5 litri, lo stesso che equipaggiava la Serie 3 325i E30: 170 cavalli ben distribuiti e affidabili. La trasmissione manuale a 5 rapporti con trazione posteriore, come da tradizione bavarese. Alcuni potrebbero dire che la cavalleria fosse un pizzico sottotono, ma nonostante un peso di 1.408 kg (anche voi pensavate meno?) la Z1 gode di quel qualcosa in più che rende l’esperienza alla guida totale. Portiere su oppure giù – poco importa – senti la strada che scorre a pochi centimetri dal tuo fondoschiena e questo basta per renderla un’auto per chi ama guidare. Il vero salto in avanti era al retrotreno: infatti la Z1 fu la prima BMW a montare il sistema a sospensione multilink “Z-Achse”, che garantiva una tenuta di strada e un comportamento dinamico assolutamente superiori alla media dell’epoca. Una soluzione che sarebbe poi diventata standard su molte BMW degli anni ’90. Ve l’avevo detto che era divertente.

Guidare una Z1 è un’esperienza unica. Non tanto per l’accelerazione (0-100 in circa 7,9 secondi, ottima ma non da supercar), quanto per le sensazioni che trasmette. Abbassare le portiere e viaggiare a cielo aperto, con il vento che ti accarezza i fianchi, crea un’intimità con la strada quasi commovente. È un’auto pensata per risvegliare emozioni spesso sopite, una necessità che oggi si fa ancora più preziosa. Il bilanciamento dei pesi, perfettamente 50:50 tra anteriore e posteriore e lo sterzo diretto e preciso fanno il resto. Ogni curva è un invito al gioco, ogni rettilineo è utile per rimettersi composti e prepararsi alla tornata successiva. Anche gli interni riflettevano questa filosofia. I sedili erano integrati nella struttura, rivestiti in tessuto impermeabile e pelle, pensati per resistere all’uso all’aria aperta. La plancia era semplice ma ben rifinita, con tutto a portata di mano. Minimalista, ma funzionale. Niente fronzoli, solo molta sostanza.



Le curve di Superga sono il terreno di gioco ideale e la fitta vegetazione offre quel poco di ombra indispensabile per affrontare il caldo di questi giorni. Pietro (Z1 verde) e Davide (Z1 nera) sono appassionati e collezionisti che condividono la scelta di questo particolare modello e due storie nettamente differenti, tuttavia unite dalla consapevolezza di un oggetto singolare e che continua a vivere una forte rivalutazione, sia in termini economici, sia poiché rappresenta un qualcosa di irripetuto e distantissimo dalla visione più conservativa delle Z successive (Z3 e Z4 più che altro).

Se Pietro l’acquistò quasi come ripiego, dopo una sfortunata caccia ad una SL Pagoda che proprio non riusciva a mettersi in garage, quella di Davide è in famiglia da più tempo, ma rivalutata col tempo, a tal punto da essere scelta come auto per accompagnarlo il giorno del matrimonio. Ironia della sorte, quella mattina non ricordava più come sganciare la capote in tela, così decise di chiamare Emanuele (il figlio di Pietro, ndr), il quale gli augurò di fare un “buon giro”, inconsapevole che in realtà da lì a poco avrebbe detto il fatidico sì. I loro sorrisi raccontano questo e la spensieratezza di un’auto che ti consente di sfiorare l’asfalto con la punta delle dita, infischiandosene se per una volta la voce performance non è sul gradino più alto delle priorità.

La Z1 non fu mai intesa come un modello a lungo termine. BMW aveva annunciato fin da subito che la produzione sarebbe stata limitata e così fu: solo 8.000 esemplari tra il 1989 e il 1991. La maggior parte venduti in Germania, e pochissimi usciti dall’Europa. Il prezzo, all’epoca, era elevato: circa 83.000 marchi tedeschi. Ma chi la comprò sapeva benissimo di portarsi a casa un pezzo di futuro. Oggi, quegli stessi esemplari sono tra le youngtimer più ricercate sul mercato. Il principale obiettivo era quello – centrato in pieno – di realizzare su più ampia scala una sorta di concept car, un progetto destinato al mondo reale utile per testare soluzioni che avrebbero potuto rappresentare future scelte per il brand. Il bonus del coinvolgimento fu una diretta conseguenza della base di partenza scelta in quel di Monaco di Baviera.









Il sole è rovente e il caldo asfissiante sembra non dare tregua. Tettuccio aperto, finestrini e addirittura portiere giù. Al diavolo l’aria condizionata, oggi si può anche sudare, perché la soddisfazione di sentire l’aria nei fianchi è impagabile. È merce rara, per intenditori; è il primo sguardo ufficiale all’insospettabile Zukunft secondo BMW.

