Tour delle Alpi 2026 | Mission to Mars
Ad un certo punto capisci che la giornata sta finendo. Che tra poco arriverà l’ultima curva, l’ultimo rettilineo, l’ultima volta in cui potrai guardare nello specchietto e vedere un gruppo di auto che ti segue lungo una strada di montagna. Il Tour delle Alpi è una giornata sulle montagne russe, ma anche un momento di introspezione nel quale ti ritrovi spesso a chiederti quando mai potrai provare ancora emozioni di questo tipo.


Testo Alessandro Marrone / Foto Alessio Bergadano
Il trascorrere inesorabile dei giorni sul calendario ha infine spazzato via il caldo assurdo di un’estate che ha messo davvero alla prova la nostra capacità di resistere lontano dall’aria condizionata per più di qualche minuto. Partire per le montagne a metà settembre è sempre una buona idea. Siamo alla fine della stagione, le giornate iniziano ad accorciarsi e il sole, ormai più basso sull’orizzonte, restituisce all’aria quella freschezza che per mesi abbiamo dimenticato. Anche la percezione del tempo cambia. Sai che quel periodo dell’anno che per molti significa vacanza, lentezza, giornate senza orari, sta ormai scivolando verso il suo epilogo. Eppure è ancora troppo presto per riporre le maniche corte e aspettare l’arrivo delle prime nevicate. Settembre ha sempre un significato particolare per noi. È l’ultimo tour alpino della stagione.









Ogni volta ti dici che non aspetterai altro. Che ormai ci sei abituato. Poi le settimane diventano giorni, i giorni diventano ore e quella domenica che sembrava così lontana è improvvisamente lì davanti a te. La tensione torna a farsi sentire, puntuale come sempre. Ti ripeti – anzi, mi ripeto – che ormai dovrei esserci abituato. Del resto è una festa, un momento di condivisione tra appassionati, una giornata da vivere insieme. E invece niente. Le gambe si fanno leggere, la testa corre più veloce del previsto e capita persino di trascorrere la notte con gli occhi spalancati, a fissare il soffitto dell’hotel di turno.

La sveglia suona presto. Sempre troppo presto, soprattutto in questi casi. Tutto è già metodicamente pronto. Non resta che aspettare che il cielo inizi a schiarirsi, che il sole faccia capolino da dietro le montagne e che arrivino i primi equipaggi, quelli che da lì a poco scalderanno l’asfalto di una nuova edizione del Tour delle Alpi. Un appuntamento triennale che, questa volta, taglia il terzo traguardo. La lunghezza dell’itinerario e i numerosi lavori di riqualificazione che interessano alcuni dei valichi che attraverseremo ci costringono a limitare il numero degli equipaggi. È una delle poche decisioni che vorremmo non dover prendere mai: dire di no a chi vorrebbe esserci. Abbiamo comunque aggiunto oltre una dozzina di posti rispetto a quelli inizialmente previsti, ma le richieste continuano ad arrivare.





Intanto le lancette corrono. Il parcheggio del Bar da Giò a Chianale comincia a riempirsi. È il momento di iniziare a giocare a Tetris, solo che al posto dei blocchi colorati ci sono sportive, gran turismo e supercar. Una seconda area di parcheggio, poco distante dal locale, diventa indispensabile. Poi arriva il sole. Sale lentamente sopra le nostre teste e accende un cielo azzurro, quasi pastello. A scendere dalle auto riconosciamo volti ormai familiari e ne scopriamo di nuovi. Ed è proprio qui, prima ancora di partire, che torna evidente una cosa: gli eventi di Auto Class Magazine non sono semplicemente una scusa per una gita fuori porta. Sono un pretesto per vivere la passione fino in fondo.




Lo schieramento racconta un pezzo di storia dell’automobilismo: sportive tradizionali, gran turismo, supercar e piccole bombe che, per chi ha qualche anno in più sulle spalle, hanno tappezzato le pareti della camera da letto. Auto diverse, epoche diverse, filosofie diverse. Un solo denominatore comune. La voglia di girare la chiave, premere un pulsante e sentire il motore prendere vita e partire verso qualcosa che non conosci ancora. Un’avventura che, in qualche modo, sai già finirà per occupare un posto speciale nella memoria.

Puntuali come non capita quasi mai, lasciamo Chianale. I primi chilometri ci conducono verso l’esaltante salita del Colle dell’Agnello. L’orario strategico gioca a nostro favore: il traffico in senso opposto è ancora ridotto e gli equipaggi possono fermarsi autonomamente sui due versanti panoramici che ci accompagnano oltre il confine, dall’Italia alla Francia, a 2.748 metri. Il convoglio si allunga, si sgrana. Ed è esattamente ciò che volevamo. Ognuno può impostare il proprio ritmo, quello che permette di godersi la strada senza trasformare una giornata in montagna in una gara contro il cronometro. I roadbook cartacei fanno il resto, affiancati dalle nuove mappe digitali, preziose soprattutto per chi viaggia senza copilota.



La strada continua. Superati Arvieux e La Chalp iniziamo ad arrampicarci sul Col d’Izoard. Poi, quasi senza preavviso, succede qualcosa. Sembra di attraversare un portale. La vegetazione scompare e con lei anche la sensazione di essere ancora dentro il paesaggio alpino che abbiamo appena lasciato. Davanti a noi si apre un mondo diverso, quasi alieno: rocce appuntite, montagne nude, pietre che sembrano emergere direttamente dalla terra. Sembra di essere su Marte. E il cielo continua intanto a regalarci condizioni che non avremmo osato chiedere.









Attraversiamo la Casse Déserte, raggiungiamo la vetta e ci concediamo una sosta al Refuge Napoléon. Ma la strada chiama già. Ci aspetta il trasferimento più lungo – e anche il più veloce – della giornata: quello verso il Col de Vars. Asfalto in condizioni perfette e una valanga di cavalli vapore fanno da ingredienti a una salita frenetica e a una discesa che ci accompagna fino a Jausiers, dove arriviamo in perfetto orario. Poi ricomincia la salita. Il Col de Restefond ci accoglie con una vegetazione che cambia metro dopo metro. Prima è tutto verde. Poi compaiono le prime tonalità arancioni. Infine gli alberi scompaiono quasi completamente e la montagna si fa ancora una volta nuda, severa. Davanti a noi c’è la Cime de la Bonette. E il suo monolite. La strada asfaltata raggiunge qui quota 2.802 metri, il punto più alto del nostro itinerario e uno dei luoghi simbolo di questo angolo delle Alpi. Ci sono parecchi turisti, ma riusciamo comunque a sistemare le auto lungo l’anello costruito proprio per raggiungere il primato e a scattare le immancabili fotografie accanto alla pietra che lo celebra.

Dovremmo fermarci. Lo stomaco borbotta e il pranzo è ormai un pensiero piuttosto concreto. Eppure la verità è che non abbiamo ancora voglia di smettere di guidare. È come se la montagna ci avesse preso. Come se ogni curva avesse reso la successiva ancora più necessaria. Come se ogni valico avesse acceso il desiderio di scoprire se dietro quello successivo ci sarebbe stata una strada capace di fare ancora meglio.









Ripartiamo. Scendiamo verso Isola, poi svoltiamo in direzione di Isola 2000 e torniamo nuovamente a guadagnare quota. La strada è veloce, il traffico praticamente inesistente e il meteo, persino quando raggiungiamo il Colle della Lombarda, continua a essere incredibilmente benevolo. Ancora una volta la montagna cambia faccia. Davanti a noi si apre un paesaggio che sembra appartenere a un altro pianeta: piccoli specchi d’acqua incastrati tra cumuli di roccia, pareti imponenti e una catena montuosa che sembra stringersi attorno alla strada. Poi guardi il roadbook. Restano 45, forse 50 chilometri. È un numero piccolo. Troppo piccolo. Perché in quel momento capisci che la giornata sta finendo. Che tra poco arriverà l’ultima curva, l’ultimo rettilineo, l’ultima volta in cui potrai guardare nello specchietto e vedere un gruppo di auto che ti segue lungo una strada di montagna.




La soddisfazione per quello che abbiamo appena vissuto lascia spazio, quasi senza chiedere permesso, a una malinconia sottile. È la parte inevitabile di ogni viaggio. Quella domanda che arriva quando tutto sta per finire: quando potremo farlo di nuovo? Il motore si accende ancora una volta. L’ultima per questo Tour. E comincia la discesa verso Vinadio. Stavolta è tutto più lento. E non soltanto perché il versante italiano sia più stretto di quello francese, ma perché rallentare è l’unico modo che abbiamo per rimandare l’epilogo di questa giornata. Ogni curva assume un significato ancora più grande, ogni tornante diventa un capitolo di una storia che non potrà mai essere dispersa insieme a tante altre. Gli occhi continuano a inseguire il paesaggio.

Sono stato qui appena poche settimane prima, eppure non posso fare altro che ritrovarmi ancora una volta a bocca aperta. Il finestrino è abbassato. L’aria entra nell’abitacolo e lo scarico della Stelvio Quadrifoglio messa a disposizione dai ragazzi di Alfa Romeo, dopo essersi confermata un’arma micidiale per divorare i 268 chilometri del Tour delle Alpi, adesso sembra quasi voler accompagnare in sordina gli ultimi metri della giornata.















Ora sono più concentrato su ciò che i cinque sensi non possono percepire. Sto parlando di quel senso di vuoto che fa capolino alla fine del viaggio. Del magone che ti fa tremare le labbra mentre cerchi le parole per un commiato che, in fondo, non vorresti pronunciare. Lo stress che sembrava insostenibile fino a poche ore prima svanisce nella frazione di un secondo. Al suo posto rimane la soddisfazione. Quella consapevolezza difficile da spiegare che giornate come questa non dovrebbero mai avere una fine. Soltanto un traguardo. Un traguardo dal quale riprendere il viaggio lungo l’infinita e indefinibile strada dell’amore per le auto, le strade e l’avventura.

