Velocità. Simpatia. Divertimento. Lo dice uno slogan di 55 anni fa e come dargli torto. Il tempo per restare a guardare la piccola MINI era finito. Ci si doveva inventare qualcosa e così nacque la A112. La pepata versione Abarth rappresenta uno degli esempi più interessanti di reinterpretazione sportiva di un’automobile nata con finalità utilitaristiche. Derivata dalla Autobianchi A112, presentata nel 1969, la variante elaborata dalla casa dello scorpione viene introdotta nel 1971 e rimane in produzione, attraverso successive evoluzioni tecniche, fino alla metà degli anni 80. In questo arco temporale la A112 Abarth non solo accompagna l’evoluzione del modello di serie, ma diventa un riferimento tecnico nel segmento delle piccole sportive a trazione anteriore.

Dal punto di vista progettuale, la base di partenza è una scocca portante compatta, con lunghezza inferiore ai 3,3 metri, passo di circa 2.038 mm e un peso a vuoto che nelle prime versioni si colloca intorno ai 700 kg. Questi valori costituiscono un presupposto fondamentale per l’approccio Abarth, che privilegia la riduzione delle masse e il miglioramento del rapporto peso/potenza rispetto all’incremento assoluto delle prestazioni. La distribuzione dei pesi fortemente concentrata sull’avantreno è tipica delle utilitarie a motore trasversale e trazione anteriore, ma viene in parte compensata da un’accurata messa a punto di sospensioni e pneumatici. Oggi, questa mentalità è pura utopia.


Le prime A112 Abarth adottano un quattro cilindri in linea di 982 cc, derivato dalla famiglia di motori FIAT SOHC, capace di erogare circa 58 cv a regimi elevati per l’epoca. Già questo valore rappresenta un incremento significativo rispetto alle versioni standard, ma è con l’evoluzione delle cilindrate che il progetto mostra pienamente il proprio potenziale. Nel 1975 viene introdotta la versione da 1.050 cc, inizialmente accreditata di circa 70 cv, valore che salirà progressivamente fino a 72 nelle ultime serie, grazie a continui affinamenti su distribuzione, alimentazione e scarico.

L’intervento Abarth sul propulsore è di tipo classico ma estremamente razionale: aumento del rapporto di compressione, alberi a camme con profili più spinti, carburatori a doppio corpo di maggiore sezione e condotti ottimizzati per favorire il riempimento volumetrico agli alti regimi. Il risultato è un motore che predilige l’allungo e richiede una guida attenta al regime di rotazione, con una potenza specifica superiore ai 65 cv/litro, valore di assoluto rilievo per un’unità aspirata di piccola cilindrata negli anni 70.

La trasmissione gioca un ruolo determinante nello sfruttamento di queste caratteristiche. Il cambio manuale, a 4 rapporti nelle prime versioni e successivamente a 5, adotta rapporti piuttosto ravvicinati, con una coppia conica corta che penalizza la velocità massima — dell’ordine dei 160 km/h nelle versioni più potenti — ma esalta accelerazione e ripresa. Lo 0–100 km/h viene coperto in circa 10 secondi, un dato notevole se rapportato alla cilindrata e alla categoria del veicolo. E se storcete il naso, poco importa, a quest’auto non vanno a genio gli snob.
Il telaio conserva l’impostazione della A112 di serie, con sospensioni anteriori di tipo McPherson e un retrotreno a ponte torcente con molle elicoidali. Abarth interviene irrigidendo molle e ammortizzatori e introducendo barre stabilizzatrici più efficaci, ottenendo una riduzione sensibile del rollio e una risposta più pronta ai trasferimenti di carico. Il passo corto e le carreggiate contenute rendono la vettura estremamente agile, soprattutto nei tratti misti, mentre il limite dinamico è caratterizzato da un sottosterzo progressivo, che può trasformarsi in una leggera tendenza al sovrasterzo in rilascio nelle fasi di guida più aggressive.


L’impianto frenante, con dischi anteriori e tamburi posteriori, risulta adeguato alle prestazioni e al peso del veicolo. In condizioni di utilizzo sportivo intenso, soprattutto nelle competizioni, la resistenza al fading diventa un fattore critico, motivo per cui molte versioni da gara adottano materiali d’attrito specifici e sistemi di raffreddamento migliorati. L’assenza di servofreno nelle prime serie contribuisce a un comando più diretto, apprezzato dai piloti più esperti.

All’interno, l’abitacolo riflette una concezione funzionale e orientata alla guida. La strumentazione supplementare, il volante di diametro ridotto e i sedili con maggiore contenimento laterale rispetto alle versioni standard migliorano il controllo, mentre l’isolamento acustico limitato consente al guidatore di percepire chiaramente il regime e il carico del motore, elemento utile in un contesto sportivo e fattore X in condizioni di guida sportiva anche senza cronometro alla mano.

È tuttavia nel motorsport che la Abarth A112 dimostra appieno la validità del progetto. Fin dai primi anni 70 viene impiegata in rally nazionali, gare in salita e competizioni in circuito riservate a vetture di piccola cilindrata. Il peso contenuto, la robustezza della meccanica e i costi relativamente ridotti la rendono ideale per i trofei monomarca e per le categorie turismo di classe inferiore. L’Abarth ottiene numerosi successi di classe nei rally italiani ed europei e diventa una presenza costante nelle cronoscalate, dove l’agilità e la coppia ai medi regimi rappresentano un vantaggio decisivo.

Le versioni da competizione, alleggerite fino a scendere sotto i 650 kg, adottano preparazioni motoristiche che portano la potenza ben oltre gli 80 cv, mantenendo però l’architettura originale. In questo contesto la vettura assume anche un importante ruolo formativo, fungendo da banco di prova per giovani piloti e tecnici, grazie a un comportamento dinamico sincero e a una meccanica relativamente semplice da analizzare e mettere a punto. I limiti intrinseci della piattaforma — spazio ridotto, protezioni passive minime, trazione anteriore — vengono compensati da una messa a punto accurata e da un rapporto peso/potenza favorevole. È proprio questa razionalità ingegneristica, applicata a un’auto di grande diffusione, ad aver reso la A112 Abarth una delle piccole sportive più significative della sua epoca, sia su strada sia nelle competizioni. Il fatto di trovarne a palate in qualsiasi cronoscalata possiate imbattervi non fa altro che avvalorare la teoria secondo la quale la leggerezza sia più importante della pura potenza.
Testo Carlo Brema / Foto Abarth (Stellantis media)
